Un tempo cosa c'era?
L'itinerario parte dalla piazza sovrastante la chiesa
di San Martino di Castrozza in Via Passo Rolle.
Spiccano la trama di sassi a vista e le bifore dell'antico
campanile risalente al Duecento: è l'unico
edificio superstite dell'antico complesso medievale sorto sui
prati dell'Alpe di Castrozza.
Forse la verde spianata vide passare i cacciatori preistorici del Mesolitico, che raggiungevano i laghi di Colbricon sulle tracce della selvaggina e in seguito truppe romane dirette a nord; non è così da escludere che Castrozza derivi dalla presenza di un piccolo fortilizio (castrum), costruito per la sosta e difesa di soldati e viandanti in transito.
Poco sotto
la chiesa sorse nel Medioevo un ospitale, l'ospizio
dei santi Martino e Giuliano, un solido edificio a più piani
abitato da una piccola comunità religiosa fino ai primi anni
del Quattrocento.
Oltre a godere di straordinaria quiete per la
meditazione,
la comunità religiosa aveva l'onere di accogliere e
ristorare gratuitamente per qualche giorno montanari di passaggio,
commercianti e pellegrini che affrontavano il valico di Rolle; veniva
garantita l'apertura invernale di un tratto di sentiero a monte
e valle dell'ospizio.
La dedicazione di chiesa ed ospizio a San Martino, unitamente a san Giuliano, evidenzia la vocazione all'accoglienza e all'assistenza ai viandanti e fa pensare a precisi contatti con l'area bellunese e feltrina: il complesso sito sull'Alpe di Castrozza segnava il limite settentrionale della diocesi di Feltre.
Per sostenere gli obblighi d'ospitalità i monaci contavano sulla carità. In pochi decenni a partire dal Duecento l'ospizio accolse numerose donazioni e si trasformò in uno straordinario centro di aggregazione spirituale e in un'istituzione autonoma, che aveva proprietà a Primiero, in Val d'Adige e nel Feltrino.
La scomparsa dei frati e misteriose apparizioni
Quando venne meno la presenza dei frati sull'Alpe, ci fu un
lungo periodo di crisi per l'istituzione, di cui approfittarono
i feudatari conti Welsperg.
La famiglia pusterese, insediatasi a
Primiero nel 1401, dedicò buona parte del secolo successivo
a sostituire con la propria autorità il controllo
vescovile sul priorato dei santi Martino e Giuliano. Nel 1630 nella chiesetta
capitò qualcosa di straordinario.
Due servitori del vicepriore
resero questa testimonianza: sopra il muro della porta della
sacristia di detta chiesa havevamo veduto più volte una figura
del s.mo Sudario con due bellissimi angeli, che tenivano la Sindone
et di poi il tutto tornava nel suo pristino stato di prima, che non
si vedeva cosa alcuna.
Fu organizzata per il mese di giugno
una solenne processione, cui parteciparono circa
600 persone: comparvero anche Cristo in croce, San Giovanni Battista
e Santa Barbara.
Da tutte le figure trasudava acqua e fu forse proprio l'eccessiva umidità a rendere trasparente la calce con cui i dipinti erano stati precedentemente ricoperti.
Un'antica festa popolare con minestra di fave
Sotto la chiesa si segue Via Val di Ròda, assecondandola per un tratto di discesa, lungo il Rio Pez Gaiart: si scorge l'antico ponticello in pietra che conduceva all'ospizio.
Il 1780 segnò la fine delle famose sagre di San Martino: feste religiose e profane che si tenevano sull'Alpe di Castrozza, a cui partecipavano nobili, burocrati locali, artigiani, contadini e la massa dei poveri di Primiero. Quello che più interessava i poveracci era la distribuzione gratuita di cibo, fatta probabilmente a memoria degli antichi obblighi di assistenza del priorato.
Sentiamo dalla fresca prosa di Angelo Michele Negrelli quel che accadeva: “finita dunque la messa ed uscito il popolo di chiesa, vi era uno dei serventi che, ad alta voce, gridava: «chi mangia, mangi»; ed allora tutti si precipitavano sulle mastelle e le divoravano come tanti lupi affamati; ma mai tutte le mastelle restavano affatto vuotte ma li più poveri, cavandosi dalle braccia le maniche della camicia e legata l'estremità, rovesciando il liquido che rimaneva nella mastella, collocavano le fave asciute nelle maniche della camicia e le portavano a casa”.
Cosa si pescava al Pra' delle Nasse?
Riguadagnata Via Passo Rolle, la si segue in leggera discesa fino a superare il ponte sul torrente Cismón, poi si sale a destra per Via Dolomiti e si prosegue per Via Cavallazza. Si raggiunge in breve il Pra' delle Nasse.
Questa grande distesa prativa era anticamente un lago. Osservandola da un punto rialzato si comprende che è divisa in due parti: quella più vicina al paese è stata modificata dall'uomo con regolari canali di drenaggio, per ottenerne un prato da dedicare al pascolo e al foraggio, mentre l'altra - più addossata al bosco - mantiene l'aspetto originario.
Si tratta di una torbiera naturale formatasi su uno strato di rocce porfiriche, dove si sono depositate per lungo tempo sostanze vegetali non completamente decomposte fino a formare uno strato di circa 2 metri di torba.
L'acqua
del Rio Brentèlla attraversa questo luogo, formando mille
rivoli, prima di fuoriuscire dalla torbiera per gettarsi nel torrente
Cismón.
Ed è in questi canaletti e pozze naturali che
già i religiosi dell'ospizio di San Martino calavano
piccole e grandi nasse, cestelli allungati
fabbricati con bastoncini intrecciati, per catturare le ottime
trote che popolavano
queste acque.
A partire dagli anni Venti si fecero vari tentativi per sfruttare la torba come combustibile per gli alberghi e si cercò di realizzare un laghetto che coprisse l'area, finché la provincia di Trento - con una legge del 1986 - decise che la "palude" rimasta andava tutelata per quello che era, definendola biòtopo Prà delle Nasse: zona umida protetta per precise specificità floro-faunistiche.
Seguendo la strada per Malga Cés, si prende la prima deviazione a sinistra: si potrà percorrere uno storico anello attorno al biòtopo, chiamato O piccolo per la forma circolare e già descritto nella Guida del Trentino di Ottone Brentari del 1895. Si seguiranno così le tracce dei primi turisti della località.
Viaggiatori ed alpinisti inglesi
Nel 1862 J. Gilbert e G. C. Churcill furono i primi viaggiatori a passare per San Martino e a descrivere la loro avventurosa escursione nella guida The Dolomite Mountains.
Il loro resoconto ispirò qualche anno dopo Leslie Stephen, uno dei fondatori dell'Alpine Club di Londra, a raggiungere Primiero e a salire da solo sull'altipiano delle Pale. Impressionato dalla verticalità delle cime, scrisse nel suo libro The Playground of Europe (Il campo da gioco d'Europa) che nessuno sarebbe riuscito a salire queste vette.
Ma nel giugno del 1870 un altro inglese, Edward Whithwell, conquistò la vetta del Cimón della Pala. Era iniziata la scoperta alpinistica del gruppo. Dopo quattro ore di cavalcata, la viaggiatrice inglese Amelia B. Edwards giunse nel 1872 da Primiero alla spianata, dove sorgevano la chiesetta e l'antico ospizio, ma ne fu sorpresa sgradevolmente: ...ora una parte della grande costruzione, sporca e cadente, tutto ciò che rimane dell'antico monastero è utilizzata come malga, e una parte è adibita a locanda.
C'è un'atmosfera di abbandono e decadenza che pervade ogni angolo dell'antico priorato, segno del declino dei poteri dei feudatari e un anticipo dell'estinzione del ramo di Primiero dei Welsperg, avvenuta nel 1907.
Le tracce della rovina sono ovunque: i ritratti dei componenti dell'antica famiglia dei Welsperg, ormai defunti da secoli, pendono inclinati sulle pareti o ammonticchiati negli angoli, avvolti nelle ragnatele e coperti dalla polvere del tempo.
Desta sorpresa leggere sulla rivista della SAT (Società degli Alpinisti Tridentini) del 1874 come accanto allo scalcinato ostello fosse stato costruito, in poco tempo, un accogliente albergo di montagna dal prevedibile nome di Albergo Alpino.
Primi alberghi e prime guide alpine
Rientrando in paese, scorrono gli alberghi della località.
Artefice della trasformazione dell'antico priorato, da scomodo
ospizio ad accogliente albergo di montagna, fu Leopoldo
Ben - amministratore
della struttura -, che capì le potenzialità di
sviluppo dell'area.
Nel 1883 chiamò a San Martino Hermann Panzer, nato a Lipsia e dotato di grande esperienza nella gestione d'albergo. In vent'anni di solerte lavoro egli mutò l'accogliente albergo Alpino di appena 25 posti nel più capiente e raffinato Hotel des Dolomites. Anche il medievale edificio del priorato fu riadattato ad albergo, per ospitare turisti di minori pretese.
L'intuizione di Ben e Panzer fu vincente e nel giro di pochi anni il nuovo albergo des Dolomites accontentava gli ospiti più esigenti. Erano esponenti della nobiltà e della borghesia mitteleuropea, attratti dal fascino delle Pale di San Martino, i quali pretendevano una sistemazione adeguata al loro rango: cucina e servizio raffinati, ampie camere, sale di lettura con libri e riviste dei paesi di provenienza, sale da ballo e da concerto... Molti erano semplici escursionisti, ma numerosi accorsero i pionieri dell'alpinismo.
Costoro trovarono un giovane di Primiero al servizio del priorato, pronto ad accompagnarli nelle salite più ardue: Michele Bettega. Egli decise di puntare sulla nuova professione di guida alpina e nel 1886 riuscì a mettersi in proprio; altri primierotti in breve lo seguirono. Nel 1892 il barone berlinese Theodor Wundt fu entusiasta delle guide di San Martino e volle esser accompagnato da tutte e quattro nella scalata al Cimón, che celebrò nel libro Die Besteigung des Cimone della Pala.
Nel 1883 una salita sul Cimòn
della Pala costava 18 fiorini, mentre per le escursioni ordinarie
bastavano 3 fiorini al giorno.
Grazie alla promozione dei libri-guida di Wundt, ma soprattutto alla
professionalità dimostrata, Michele Bettega, Bortolo Zagonel,
Antonio Tavernaro e Giuseppe Zecchini si crearono una fama internazionale.
Comodi sentieri per turisti della Mitteleuropa
...Lasciarono Marienbad e andarono a San Martino di Castrozza, nelle Dolomiti, dove trovarono un bel sole. La nevralgia scomparve, la depressione morale svanì, e tutti insieme si godettero alcune settimane piacevoli prima di partire per Monaco.
Per Sigmund Freud il clima di San Martino si rivelò davvero salutare: qui potè ritemprarsi per affrontare il difficile congresso di Monaco, in cui registrò un duro scontro con Carl Jung.
Ma come ci si ricaricava? Bastava scegliere uno dei tanti facili percorsi che circondavano la località, larghi sentieri tracciati per consentire a tutti gli ospiti di godere nel pieno silenzio dei pascoli, delle radure e dei boschi curati.
Ci si orientava con una precisa guida preparata nel 1908 dal club degli amici di San Martino di Lipsia. Nel libretto si riportano anche passaggi galeotti come il Miezens Wahl - una sorta di "scelta delle ragazze"- situato poco sotto il Dolomitenhotel, dove si incontravano eleganti dongiovanni e spensierate dame della Belle-époque.
Non poteva poi mancare il sentiero per eccellenza, quello che portava in quattro ore di buona camminata fin nel cuore dell'altipiano delle Pale al rifugio Rosetta, il Baron von Lesser Weg. Il barone von Lesser, nobile di Lipsia, era innamorato a tal punto della località che finanziò di tasca propria e con lotterie tra villeggianti la realizzazione del maestoso itinerario.
L'opera si concluse nel 1912: il tracciato prevede una galleria scavata nella roccia e più di 240 tornantini che salgono sempre più arditamente, ma con pendenza costante, lungo il vallone incastonato tra la Rosetta e la Pala di San Martino.
Visioni letterarie del Cimòn della Pala
Il Cimone, dopo aver catturato l'attenzione di viaggiatori ed alpinisti a partire dagli anni '60 dell'Ottocento, si trasforma nel naturale catalizzatore dell'attenzione letteraria di alcuni ospiti della località.
Ad Else, giovane protagonista dell'omonimo romanzo di Arthur Schnitzler ambientato a San Martino, il Cimone appare come un imponente fantasma, in un'atmosfera di sensazioni decadenti: sinistro e gigantesco, il Cimón sembra che voglia cadermi addosso! Nel cielo non una stella. L'aria è come champagne. E che profumo sale dai prati!
Nel celebre monologo di Schnitzler tutta l'Alpe di Castrozza si piega a riflettere il tremendo dissidio interiore, che spingerà la bella Else al suicidio: prati, montagne, boschi e l'albergo dove soggiornano gli ospiti europei diventano l'incantevole cornice di uno spietato ricatto.
Forse il fine scrittore viennese non aveva dimenticato il commento della viaggiatrice inglese Amelia B. Edwards, che nel 1872 aveva scritto nel romantico resoconto Untrodden peaks and unfrequented valleys a proposito della montagna: nella forma assomiglia ad una tomba faraonica con quel pinnacolo piramidale sulla cima.
Le spaccature verticali sono così terrificanti che sembra debbano spalancarsi da un momento all'altro ... nemmeno il Mattherhorn (Cervino) dà una tale misura della nostra piccolezza come il Cimon della Pala e incute una sensazione di smarrimento e di paura.
I segni della guerra
Appena oltre il ponte Daulaghiri in Via Angelo Mott
svetta una singolare costruzione: la vecchia fornace per la calce.
Il 25 maggio 1915, dopo la dichiarazione di guerra dell'Italia
all'Austria, la stazione turistica di San Martino si trovò a
ridosso della linea del fronte.
L'esercito austriaco, preso
di sorpresa e con pochi uomini disponibili per presidiare il nuovo
fronte meridionale, abbandonò tutta la valle del Cismón,
per costituire una linea difensiva sicura sulla
catena del Lagorai.
Il priorato, stalle e malghe ed i prestigiosi alberghi di San Martino
furono incendiati: non potevano essere lasciati intatti in mano alle
truppe italiane avanzanti.
Rovine fumanti accoglieranno le pattuglie
italiane e in prossimità dei ruderi sorgeranno baracche di
legno e depositi di munizioni. Solo la chiesa - ampliata nel 1911
- e la vecchia fornace svetteranno ancora integre.
L'ospizio
non sarà più ricostruito dopo la guerra, ora dove sorgeva
c'è l'ampio parco dell'Albergo Majestic
Dolomiti.
Lunghi anni di guerra segneranno le montagne sopra San Martino: la
Cavalazza, la Tognazza, i due Colbricón.
La guida Michele Bettega condurrà pattuglie italiane sulle Pale e con il ritorno degli austriaci in valle - dopo la disfatta di Caporetto - pagherà duramente il servizio prestato.
Nel centro di San Martino rimane ancora un singolare monumento, è la fornace edificata nel 1911 da Giovanni Secco per la produzione di calce, utile per la costruzione e l'ampliamento di alberghi ed altri edifici turistici; un manufatto che ebbe un'esistenza travagliata.
Già nel 1912 fioccavano le proteste degli alberghi
più vicini, per far cessare l'emissione di fumi e da
Vienna arrivò il provvedimento di sospensione dell'attività da
giugno a settembre d'ogni anno.
Si racconta poi che i soldati
italiani l'avessero scambiata per un fortino
austriaco, bersagliandola
di conseguenza. Con il dopoguerra ne fu decretata la definitiva chiusura.
Günther Langes e Ettore Castiglioni: sguardi d'alpinista
Nell'estate del 1920 il ventunenne Günther Langes, reduce di guerra e dotato di buona esperienza alpinistica maturata sulle Dolomiti, si aggirava a San Martino dormendo in ricoveri improvvisati tra le rovine dell'albergo Alpenrose (ora Palazzo Sass Maor), costruito dalla madre Lina Langes vent'anni prima.
La guerra aveva completamente distrutto il paese, ma forte era la
volontà del giovane Günther di regalare agli scalatori
una delle vie alpinistiche più spettacolari del gruppo: lo
Spigolo del Velo (Schleierkante).
La guida ampezzana Angelo
Di Bona aveva già saggiato senza successo l'itinerario
prima della guerra, ma ora il giovane poteva contare sull'aiuto
dell'esperto Erwin Merlet.
Dopo un primo tentativo fatto nel cuore di un piovoso luglio, al secondo attacco lo spigolo fu superato tra notevoli difficoltà e passaggi acrobatici ed al ritorno restò il tempo di considerare la via percorsa: lo sguardo fuggente segue le forme della montagna che per tre giorni significò per noi lotta e felicità. Ora non più via da superare, è divenuta una mèta conquistata.
Un altro protagonista delle Pale
fu Ettore Castiglioni: il rapporto che ebbe con le motagne fu segnato
da una fervente attività,
infatti nell'estate del '34 realizzerà ben trenta
nuove vie nel gruppo, in prospettiva della guida alpinistica delle
Pale commissionatagli dal Touring Club.
Per Castiglioni
sarà una stagione unica, quella della piena maturità alpinistica,
con il raggiungimento del VI grado sullo spigolo sud-est del Sass
Maór.
Scoppia l'inverno: arrivano i primi skiatori
Finito il conflitto, tutto ricominciò da capo: albergatori, commercianti e guide trovarono distrutto ciò che avevano lasciato nel 1915. In pochi anni di lavoro la località rinacque, con strutture ancora più capienti ed eleganti di prima.
Ci fu la volontà di impegnarsi in nuove avventure economiche per il rilancio della stazione turistica; era del 1927 la sottoscrizione per la costruzione di una funivia che collegasse in 12 minuti il centro di San Martino con la cima Rosetta e l'altipiano delle Pale, ma tale impianto fu realizzato solo nel secondo dopoguerra.
Esordì la prima stagione invernale nel 1927-28
e la scommessa fu vincente. La pratica dello sci era uno sport d'élite,
ma veniva reclamizzata la possibilità di fare anche gare di
bob, hockey e pattinaggio.
Al primo "impianto
meccanico" di risalta pensarono i fratelli Willy e Otto Panzer
che negli anni Trenta costruirono una
slittovia, per consentire agli skiatori di
risalire le pendici dell'Alpe Tognola.
L'impianto era azionato da un argano meccanico e la grande slitta di legno portava una dozzina di sciatori fino al rifugio di cui ancor oggi si intravedono i ruderi, a valle dell'attuale stazione di arrivo della cabinovia.
Scrittori e reali nelle Pale di San Martino: da Dino Buzzati al re del Belgio
Dopo il secondo conflitto la stazione turistica tornò a lavorare
a pieno ritmo: il giornalista e scrittore Dino
Buzzati fu tra i primi ospiti a rivivere il gusto per l'arrampicata.
Con la guida
alpina Gabriele Franceschini lo scrittore stabilì un duraturo
rapporto di amicizia e complicità; così per quasi dieci
estati a partire dal '47 Buzzati fu assiduo
frequentatore delle Pale.
La frequentazione delle cròde lasciò dei segni evidenti nella sua produzione letteraria: pare che l'arido Altopiano delle Pale abbia ispirato Il deserto dei Tartari e con certezza la cima del Coro - in alta Val Canali - è il tragico scenario di un avvenimento realmente accaduto nel 1945 e rielaborato nel racconto Notte d'inverno a Filadelfia.
Tornarono anche i reali a San Martino, ma con grande discrezione e passione per la montagna. Leopoldo di Brabante, re del Belgio, salì con la guida Giacomo Scalet e poi con Franceschini alcune tra le più classiche vie alpinistiche sulle Pale.
Erano le estati del 1961-'62 e cominciava un altro capitolo della storia della località: il collegamento funiviario con l'altipiano era stato realizzato nel 1957 e pure la cabinovia che portava sull'Alpe Tognola.
Testi di Luca Brunet tratti dall'omonima pubblicazione edita dall'APT di San Martino di Castrozza e Primiero (luglio 2001).
